Supplenza o no, crescita sia
Sulla manovra Silvio Berlusconi sta facendo ciò che occorreva fare, ma il ritardo con cui si è mosso spiega la polemica (peraltro fondata) sul “commissariamento” esterno da parte della Banca centrale europea. Questo, in sintesi, il giudizio dell’economista Francesco Giavazzi sull’accelerazione impressa negli ultimi giorni alle decisioni di politica economica. Certo, le misure approvate sarà bene vederle nel dettaglio.

Sulla manovra Silvio Berlusconi sta facendo ciò che occorreva fare, ma il ritardo con cui si è mosso spiega la polemica (peraltro fondata) sul “commissariamento” esterno da parte della Banca centrale europea. Questo, in sintesi, il giudizio dell’economista Francesco Giavazzi sull’accelerazione impressa negli ultimi giorni alle decisioni di politica economica. Certo, le misure approvate sarà bene vederle nel dettaglio, anche perché non tutto si può fare per decreto ma, sostiene l’editorialista del Corriere della Sera, “è evidente che il governo sta oggi discutendo proprio quelle scelte pro crescita che alcuni, compreso io e certamente il Foglio, gli abbiamo suggerito decine di volte. A partire, per esempio, da liberalizzazioni e privatizzazioni, come nel caso dei servizi pubblici locali, per finire al diritto di licenziamento e all’innalzamento dell’età pensionabile”. Scelte che serviranno a fare cassa, ma soprattutto a creare ricchezza e incidere così sul fardello del debito pubblico. “Non solo – continua Giavazzi – anche l’innalzamento dell’aliquota sulle rendite è sacrosanto.
Basti pensare che in paesi ‘normali’, ovvero a evasione fiscale più contenuta, i redditi da capitale sono tassati in base ai livelli di reddito, quindi anche più che da noi”. Il professore della Bocconi vede con favore la svolta sull’Imposta municipale unica (Imu): “L’abolizione dell’Ici fu un errore. Il federalismo inizia dalla possibilità di avere tasse locali. Gli Stati Uniti insegnano”.
Cosa non va, allora? Per spiegarlo Giavazzi torna sul suo editoriale apparso il 2 agosto sulla prima pagina del Corriere della Sera: per cogliere l’“ultima occasione per una svolta”, si leggeva, il Cav. avrebbe dovuto “prendere in mano il timone della politica economica” e rivolgersi per il necessario “supporto tecnico” alla Banca d’Italia, “l’unica istituzione che da anni ripete che solo la crescita ci salverà”. Il “compito” è stato svolto solo a metà: oltre al merito delle misure, infatti, “è pure da notare che il premier, alla vigilia del Consiglio dei ministri di ieri, ha sentito tutti, ma poi ha voluto vedere a quattr’occhi Mario Draghi, governatore uscente di Bankitalia appunto”. Bene. Eppure fino a quel momento si era già perso troppo tempo: “Se il 3 agosto il premier avesse annunciato in Parlamento le misure di cui si discute ora, si sarebbe potuto intestare la svolta – dice Giavazzi – invece ha lasciato passare inutilmente anche quell’appuntamento”.
Risultato: “La Bce è dovuta effettivamente intervenire, anche con la nota lettera all’esecutivo, per indicare le misure da attuare in cambio dell’acquisto e del sostegno ai nostri titoli di stato. Quindi la supplenza internazionale all’operato dell’esecutivo pesa”. Una supplenza, nota tra l’altro Giavazzi, che a rigor di logica non è nemmeno appannaggio dell’istituzione di Francoforte: “L’intervento sui titoli dovrebbe farlo il nuovo Fondo europeo per la stabilità finanziaria, e esso stesso eventualmente dettare condizioni”. Comunque in questo momento è inutile formalizzarsi troppo: “La realtà è che già il 3 agosto gli investitori internazionali hanno preso nota dell’intervento a vuoto del governo in Parlamento. La fiducia dei mercati, che è sentimento che si costruisce col passare degli anni, nel giro di qualche ora è stata ancora una volta tradita”. Non tutto è perduto: “Se si tornerà a crescere, la strada d’uscita c’è, seppure in salita”. Il “commissariamento” però suscita polemiche, soprattutto nell’opposizione: “La discussione va fatta solo sul merito delle scelte. E’ finito il tempo dei distinguo; anche perché, se lunedì la Bce smette di acquistare i nostri titoli di stato, i loro rendimenti torneranno a schizzare verso l’alto, rendendo insostenibile il debito”.
Basti pensare che in paesi ‘normali’, ovvero a evasione fiscale più contenuta, i redditi da capitale sono tassati in base ai livelli di reddito, quindi anche più che da noi”. Il professore della Bocconi vede con favore la svolta sull’Imposta municipale unica (Imu): “L’abolizione dell’Ici fu un errore. Il federalismo inizia dalla possibilità di avere tasse locali. Gli Stati Uniti insegnano”.
Cosa non va, allora? Per spiegarlo Giavazzi torna sul suo editoriale apparso il 2 agosto sulla prima pagina del Corriere della Sera: per cogliere l’“ultima occasione per una svolta”, si leggeva, il Cav. avrebbe dovuto “prendere in mano il timone della politica economica” e rivolgersi per il necessario “supporto tecnico” alla Banca d’Italia, “l’unica istituzione che da anni ripete che solo la crescita ci salverà”. Il “compito” è stato svolto solo a metà: oltre al merito delle misure, infatti, “è pure da notare che il premier, alla vigilia del Consiglio dei ministri di ieri, ha sentito tutti, ma poi ha voluto vedere a quattr’occhi Mario Draghi, governatore uscente di Bankitalia appunto”. Bene. Eppure fino a quel momento si era già perso troppo tempo: “Se il 3 agosto il premier avesse annunciato in Parlamento le misure di cui si discute ora, si sarebbe potuto intestare la svolta – dice Giavazzi – invece ha lasciato passare inutilmente anche quell’appuntamento”.
Risultato: “La Bce è dovuta effettivamente intervenire, anche con la nota lettera all’esecutivo, per indicare le misure da attuare in cambio dell’acquisto e del sostegno ai nostri titoli di stato. Quindi la supplenza internazionale all’operato dell’esecutivo pesa”. Una supplenza, nota tra l’altro Giavazzi, che a rigor di logica non è nemmeno appannaggio dell’istituzione di Francoforte: “L’intervento sui titoli dovrebbe farlo il nuovo Fondo europeo per la stabilità finanziaria, e esso stesso eventualmente dettare condizioni”. Comunque in questo momento è inutile formalizzarsi troppo: “La realtà è che già il 3 agosto gli investitori internazionali hanno preso nota dell’intervento a vuoto del governo in Parlamento. La fiducia dei mercati, che è sentimento che si costruisce col passare degli anni, nel giro di qualche ora è stata ancora una volta tradita”. Non tutto è perduto: “Se si tornerà a crescere, la strada d’uscita c’è, seppure in salita”. Il “commissariamento” però suscita polemiche, soprattutto nell’opposizione: “La discussione va fatta solo sul merito delle scelte. E’ finito il tempo dei distinguo; anche perché, se lunedì la Bce smette di acquistare i nostri titoli di stato, i loro rendimenti torneranno a schizzare verso l’alto, rendendo insostenibile il debito”.